venerdì 17 ottobre 2014

ANTEPRIMA: OUR ZOO

Il padre di tutti i bioparchi è Our Zoo, serie della BBC appena partita in Inghilterra, basata sulla storia vera di George Mottershead, un reduce della prima guerra mondiale che non riesce a guarire dal suo stress post traumatico. Finché, alla fine degli anni Venti, non capita ad uno spettacolo di animali con la figlia più piccola, subisce una crisi devastante, si reca al porto di Chester, ne torna con un pappagallo e una scimma destinati a morte certa, finisce al circo, salva addirittura un cammello, nella sincera preoccupazione dei familiari, moglie, altra figlia adolescente, anziani genitori bottegai. È partita la nuova vita di George, che non ne può più di stress, di ricordi, di rimpatriate fra mutilati (lui stesso è rimasto tre anni inchiodato alla sua schiena, incapace di camminare, di muoversi, pensando ogni momento al fratello che in guerra ebbe sorte peggiore, definitiva). È partita la nuova vita con un debito di tremila sterline in banca per comperare una tenuta dismessa, Oakfield Manor, strappata all'ultimo momento, a suon di rilanci, ad un agente immobiliare di Londra. Qui George e la famiglia, via via sempre meno recalcitrante, s'imbarcheranno nel primo zoo senza gabbie della civiltà, raccogliendo animali strani, esotici, selvaggi e il futuro è tutto da vedere. 
Una serie spettacolare, si capisce subito, dalle primissime sequenze. Con una scrittura accurata (opera di Matt Charman), che sa aggiungere equilibrio e poesia alla storia stralunata del reduce disadattato, che parte da lontano, intreccia destini e situazioni, converge sulla vicenda principale. Il protagonista è una faccia che qualche maniaco delle serie avrà già visto, era (ed è)il sergente Bacchus, aiutante di George Gently nell'omonima serie, e se là Lee Ingleby era il poliziotto leale ma cinico e piuttosto fatuo, qui offre una differente prova di bravura colorando l'alienazione di ogni sfumatura affettiva: “Noi abbiamo già visto troppo male, non è vero?”, dice al banchiere cui chiede un prestito: e lo convince, mentre tutti in banca stanno intorno a Mortimer, la scimmietta adottata dalla figlia piccola di George. “Vedessi come tenevano quegli animali”, ripete l'ex soldato che non accetta più una vita da bottegaio, nelle retrovie di quella democrazia che ha contribuito a difendere per conto dei potenti, di quelli che decidono e non ci rimettono mai gli arti. A Oakfield Manor, scopre Albert, padre di George, l'aria è davvero più fresca, più frizzante, e tanto basta: sarà quel che sarà. 
Dev'essere andata bene, perché quel Bioparco esiste ancora oggi. E la serie è in circuito adesso, con tutte le sue calorose colorazioni, di dialoghi, di fotografia, di trama, di personaggi. Una serie che ti incanta subito, anche se non sei, come chi scrive, un patito degli animali, uno che in quella invocazione, “vedessi come stava ridotta quella bestia, non potevo lasciarla là”, si riconosce, nel suo piccolo, sempre di più. Chi salva un animale non salverà il mondo, forse, ma salva se stesso. Our Zoo comunque è per tutti, è avventura e poesia, e un'ora spesa bene ogni volta. Sei gli episodi già realizzati, ma c'è da sperare, e da scommettere, che la serie andrà molto oltre. 

di Massimo Del Papa (tratto da "Il Faro" n° 36 del 2014)
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June Mottershead playing with lion cubs, from her book Reared at Chester Zoo

mercoledì 8 ottobre 2014

ANTEPRIMA: Romeo. Storia di un lupo

Dopo tanto ritorno con un'anteprima libraria! Con il passare del tempo e l'aiuto dei miei gatti, ho assunto una coscienza "animalista" e ho grande amore e rispetto per i nostri amici a quattro zampe. Questo si riflette in parte anche nelle letture che prediligo fare e consigliare... allora eccomi con questo libro in uscita ad ottobre. 
L'autore è Nick Jans, fotografo e scrittore. Autore di numerosi libri e articoli, collabora con  «Alaska Magazine» e «USA Today». Dopo aver vissuto per anni sin dall'infanzia in giro per il mondo, a Washington e in altre città, ha scelto di vivere nella natura. Oggi vive con la moglie e 4 cani in una località remota dell’Alaska sud-orientale. Dalla sua esperienza in questi luoghi è nato Romeo.


ROMEO
STORIA DI UN LUPO

di Nick Jans
(Ed. Piemme)

Trama: Il primo incontro avviene un giorno di dicembre. Nick sta camminando sul lago ghiacciato vicino alla sua casa, nell’Alaska sud-orientale, con la moglie e il loro labrador quando succede. Il lupo nero fermo da un po’ sulla riva opposta inizia a correre verso di loro con le fauci spalancate, sollevando la neve con le zampe. Poi si ferma, a pochi metri, con la coda tesa, in atteggiamento dominante. D’istinto Nick stringe a sé la moglie e il collare del cane e si mette in allerta. La paura atavica dell’uomo di fronte a questo animale assale anche lui, che pure ha incontrato molti lupi. Mai però così da vicino. D’un tratto il cane si divincola e va incontro al lupo, muso contro muso.
Da quel momento Romeo, come è stato chiamato, entra nella vita di Nick e della piccola comunità di Juneau. Si rivela estremamente sociale, gioca con i cani, interagisce con le persone. Intelligente e attento, diventa una presenza fissa, portando un alito di vita selvaggia alle soglie delle case. Per Nick, Romeo è un amico, obbedisce ai suoi segnali, lo aspetta sul lago davanti a casa.
Ma, come spesso accade, non tutti apprezzano questa prossimità, invocando l’atavica inimicizia tra uomini e lupi.
Una memoir emozionante, un grido d’amore per la natura incontaminata e selvaggia.

Leggi QUI il primo capitolo! 

Data di pubblicazione: ottobre 2014
Il libro è disponibile sia in formato cartaceo che in ebook. 

lunedì 6 ottobre 2014

TeleRicordi: Impareggiabile Tenente Colombo

Ho visto un remoto episodio del tenente Colombo, roba di 40 anni fa, e c’era un protocolombo, un tenentino tenace ma – incredibile a dirsi, e soprattutto a vedersi – ordinato, la riga tra i capelli, il completino modesto ma impeccabile, i pantaloni né a zompafosso né a strascico, perfino la cravatta intonata e annodata giusta. Niente impermeabile, e una tecnica, quella di ammazzare l’assassino di domande, già abbozzata ma non ancora spinta al parossismo: aspettavo, ma non arrivava, l’uscita dalla stanza e il subitaneo ritorno, la palma picchiata sulla fronte, l’indice sospeso per aria, come il mezzo sguardo, quasi ad inseguire l’ultima domanda solo allora arrampicatasi alla mente. Anche le blandizie all’omicida, subito sgamato, erano tenui e rarefatte, Colombo non provocava lo scoprirsi del nemico: lo attendeva, felpato. 
Poi, col tempo, il lavoro ai fianchi s’è fatto più continuo, più devastante, più sottile anche. Colombo si rendeva sempre più socratico nell’indagine, più psicanalitico, più scacchistico, fino a raggiungere un’insostenibile leggerezza mascherata da gravità. Perché non si contano gli assassini sinceramente esasperati che se lo vedevano piombare in casa a notte fonda con le sue richieste provocatoriamente stravaganti: “Scusi, ha mica un trinciapolli per troncare il sigaro? Sa, mia moglie chissà dove ha messo il mio...”. Di pari passo, il tenente orbo s’andava trasandando, il suo aspetto si stropicciava, il suo impermeabile si gualciva, il suo catorcio s’accartocciava. Arrivava sempre più traballante alla soluzione del caso, ma ci arrivava. E con quel look, che l’aiutava a sembrar cadere a pezzi, faceva fessi professionisti, industriali, ministri e generali. 
“Lei è un uomo insidioso, tenente!”. “Ancora lei, Colombo!”. “Ma insomma, si può sapere cosa vuole ancora?”. “Colombo, lei finirà per uccidermi”. E lui, profondamente costernato: ha ragione, vado via subito.
Partiva come Joe Frazier, Colombo, incassando un assurdo numero di colpi, di corbellature e di ironie: ma gli servivano per scoprire i punti deboli del rivale, con cosa colpiva meno forte, dove i suoi movimenti erano più scomposti, qual era la fenditura della guardia in cui insinuarsi. Tanto lui, Colombo, era impermeabile ai colpi. Indistruttibile. E a un certo punto, diciamo verso la metà del telefilm, cominciava a trasformare i colpi ricevuti in armi, era come se i cazzotti sferrati da quell’altro, un killer, una canaglia, prendessero una impossibile e tardiva traiettoria ricurva, finissero per abbattersi su chi li aveva sferrati. E lui, Colombo, sempre lì impassibile e ineffabile, fintamente rovinato, sinceramente scarabocchiato.

“Ah, è lei tenente, venga venga, gradisce un whisky? È una riserva speciale, me lo faccio venire apposta dalla Scozia”. “No, grazie, sono in servizio, vado via subito, non avrebbe un bicchierino d'acqua fresca?”. Con quello sguardo mezzo di vetro, e l'altro inorridiva. Ma intanto Colombo tesseva la sua tela, mandava la mosca assassina dove voleva lui, finché ogni singola minuzia non combaciava nel disegno misero e terrificante del colpevole.
All’ultima scena, puntuale, un Colombo più rovinato che mai spediva il furbone in prigione e il più dispiaciuto sembrava proprio lui, Colombo. Il reo, mentre lo portavano via, guatava lo scalcinato guercio e non capiva se lo faceva apposta o era davvero addolorato. E quel crepuscolo di costernazione sul volto stravolto era il colpo di grazia, era, tutta insieme, la vendetta dopo giorni d’ironie.

di Massimo Del Papa (tratto da "Il Faro" n° 15 del 2011)